Innse, gli operoi

Posted by Diletta Parlangeli on ago 13, 2009 in Opinioni |

Anche a loro avevano detto che l’azienda era in crisi e che “spiacenti, ma qui si chiude, tutti a casa”. Loro non ci hanno creduto. Hanno continuato, senza mollare un giorno, senza cedere alla stanchezza dei trent’anni di lavoro sulle spalle o a quella del sole cocente lassù su una gru altra 17 metri.
La storia degli operai della Innse è un pugno nello stomaco. Sarà che è un periodo in cui sono in tanti i “rammaricati” che ci vengono a dire di restare a casa, sarà che ormai gli unici che alzano la voce per qualcosa (ainoi) sono quelli della Cei, sarà che è tempo di ferie, ma questa vittoria degli operai fa quasi venir voglia di imbracciare i forconi e ribaltare tutto.
Ne ho letto la cronaca nella doppia pagina de La Stampa (che confermo essere il miglior quotidiano in circolazione – perdonerete l’insistenza dell’asserzione), e poi mi sono andata a ripescare le agenzie di ieri, giusto per farmi un’idea.

La lotta è quella di 4 operai e un rappresentante Fiom che inizia 14 mesi fa e che porta sulle spalle 49 posti di lavoro dell’azienda metalmeccanica di Milano che l’imprenditore Silvano Genta aveva chiuso mettendo i dipendenti in mobilità. La risposta è decisa, subito: assemblea permanente. Lo sfiancante tira e molla prosegue (i presidi avvengono riuscendo ad eludere la sicurezza e non si interrompono) per più di un anno e si conclude con l’atto decisivo: i “ragazzi” si trovano al bar e decidono di salire sulla gru e  restarci finchè non si deciderà di lasciare i macchinari dove sono e non portarli via dalla fabbrica.
Vincenzo Acerenza è il leader, e ha sessant’anni. Uno di quelli che in sistuazione di mobilità avrebbe fatto presto a salire ai piani alti e andarsi a contrattare un bel prepensionamento. E’ lì dentro da trent’anni: <Il momento più duro l’abbiamo vissuto mercoledì quando abbiamo sentito che c’era un acquirente ma non veniva preso in considerazione – racconta dei cinque giorni sulla gru – Ci sentivamo trattati in maniera troppo dura, da perdere la dignità. Faceva caldo e nel pomeriggio la temperatura saliva a cinquanta gradi. Ma sentivamo il sostegno dei nostri compagni e grazie a loro abbiamo tirato avanti fino alla fine>. La fine li ha fatti vincere.
Il presidio fisico di uno stabilimento ormai è roba da vecchie cronache, da foto in bianco e nero.  Non che non ce ne siano, ma alcuni sfociano in protesta per strada in breve tempo, altri non durano che l’arco di un carosello da circolo mediatico.  Le occupazioni ormai sono nelle copie sbiadite e autunnali delle scuole superiori o nelle difficili riproduzioni sempre più multietniche dei movimenti di lotta per la casa.

E come nella fine di una storia d’altri tempi, anche l’imprenditore approdato nella società è il bresciano Camozzi (di cui Francesco Manacorda offre un buon profilo), che nato operaio insieme agli altri due fratelli, è uno di quelli che nelle imprese ci rischia, perché crede. Lasciar affondare l’Innse sarebbe stato <un delitto>, ha detto.
C’è chi ha letto questa storia come una possibile svolta nel modus operandi delle vertenze: <Dobbiamo riuscire a fare incontrare gli operai non con il mondo della finanza ma con quegli imprenditori che vogliono continuare a produrre nelle aziende> ha detto Maurizio Zipponi, ex sindacalista, prima di Rifondazione e ora Idv.
Sarebbe un ottimo nuovo corso, ma andrebbe cambiata l’impreditoria tutta (o quasi).
Vincenzo Acerenza, Massimo Merlo, Roberto Giudici, Fabio Bottaferla e Luigi Esposito: sono i questi i nomi che hanno riportato nel vocabolario di chi lavora la costanza, la coscienza (o piuttosto inconscienza), la metodica pazienza con cui si decide di non mollare. Con cui meglio tutti insieme che anche soltanto con uno in meno. Con cui resistere anche quando hanno già aperto la porta per farti accomodare. Con cui cazzo, la Fiom è un sindacato con i coglioni e tutela lavoratori con i coglioni. Con cui ci si sporca le mani di fatica, in cui l’abnegazione e l’attaccamento alla propria occupazione diventa più forte in chi è dipendente, che in chi ha “creato”.
Massimo Merlo assicura: <Rimarremo qui fino a quando la fabbrica non riaprirà i battenti (settembre, nda). Non siamo degli eroi o dei simboli: speriamo di tornare semplicemente a fare quello che abbiamo fatto per tanti anni, gli operai>.
Lo dicono loro, che non sono eroi.

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