Un verosimile Pronto Soccorso

Posted by Diletta Parlangeli on mar 10, 2009 in Mentre vivo |

L’ultima volta che ho sentito questo genere di dolore ero una bambina, e ricordo ancora l’ascensore che si chiudeva con dentro me, un’infermiera, e mia madre, prima del ricovero per una pleurite.
Ovvio che mi sono preoccupata. Per questo stamattina sono andata al pronto soccorso dell’ospedale Pertini, in via dei Monti Tiburtini (la rima non era calcolata). Mi ha dato uno strappo il coinqui Gianluca stamattina, e in pochi minuti mi sono ritrovata nel corridoio a riempire il modulo e a farmi dare un braccialetto tipo quelli da open bar discotecaro con un codice sopra (spazio ringraziamenti, che vanno anche a chi ha mantenuto stretto contatto sms).

Insomma, mi siedo in sala d’attesa. Davanti a me una signora che accompagnava la suocera con la protesi che dopo 12 anni faceva storie, e dato che anche lei aveva un piede rotto, nessuno ha notato che fosse una parente accompagnatrice (in tal caso non sarebbe potuta restare lì).
Ad un tratto arrriva un bambino con tutta la faccia rossa e gli occhi gonfi per un insolazione, e le tre donne cominciano a parlare di tutto. Un ragazzo, che sembra indiano, mi fissa dall’altro capo della stanza. L’infermiera chiama un nome, e la signora sulla sedia a rotelle lo guarda: <Ccche sei te?> Lui fa di no con la testa, e lei continua con le due <Che ne so, quello è scuro, po’ esse’ che c’ha un cognome strano>… Per fortuna cala il silenzio subito dopo inizia un altro di scorso, sotto i sorrisetti imbarazzati della nuora dal piede rotto.
Attesa, attesa. Poi mi chiamano. Entro in “Accettazione donne”: c’è una dottoressa con il musetto che mostra tutta la sua rigidità. Capelli biondo scuri rossi, stetoscopio verde acido (bello, ammetto) come gli occhiali, e posto di comando: pc, oltre dieci mazzetti di fogli posizionati sulla scrivania, telefono squillante e stampante bollente.
<Malattie gravi?>
<Ehm no… un ricovero per pleurite da piccola, per il resto… quelle normali infettive….>
<Allergie?>
<Dunque da piccola….>
<Parlo di età adultà!> mi interrompe la topina dottoressa [e, tanto per la cronaca, vorrei quasi farle notare che per me, l'età adulta, almeno anagraficamente, mica è iniziata da molto...]
Ad ogni modo, dice all’infermiera di farmi i prelievi emo, labo, figo, ala, mela: nomi di questo tipo, che ovviamente non ricordo, e mi stendo sul lettino.
Mi infilano un ago di qua e uno di là. Poi arriva un gentil dottore, capelli e sopracciglia bianchi, faccia lunga e occhiali. Mi visita e fa domande, ed è sempre meglio della dottoressa topolina. Almeno non mi guarda storto e non mi chiede perché non sono andata dal medico di base (anzi mi guarda con comprensione e mi dice <Guardi, se va alla asl che avrà vicino casa, gliene danno uno…>). [Io il mio non lo lascerò mai, chiaro? Solo che sta un po' lontano, ma vabbè].
Carinamente mi chiede se ho preso botte, come mai sono a Roma e che lavoro faccio. A quel punto, sranamente, anche la dottoressa sembra essere lievemente meno rude, ma solo per un attimo quando rispondo <giornalista>.
Il buon dottor e l’infermiera bionda dall’occhio azzurro scherzano un po’ su eventuali articoli in merito al Pronto Soccorso.
Poi mi siedo, e aspetto. Aspetto le analisi, aspetto che mi portino a fare la lastra e poi aspetto che me la consegnino. Ad attendere con me, il resto del mondo chiuso dentro e subito fuori quella stanza quadrata. Sono tutte signore piuttosto anziane, eccetto una ragazza magrissima con tacco argentato, jeans e giacchetta nera con camicia che credo sia lì per delle sorta di palpitazioni. E un’altra, più grande, che sembra peruviana, che ha la sensazione che qualcuno le stia tirando i capelli fortissimo.
Aspettiamo, e intanto girano barelle, entrano ed escono e vengono manovrate con destrezza nello spazio ristretto.
I parenti fuori dalla porta cercano di entrare, ma la dottoressa rigida e inflessibile li riprende:  <Scusi lei dove va?>. <Ma… – balbettano i malcapitati – c’è mia madre, volevo salutarla>. <Eh, entri… ma uno alla volta, uno alla volta!>.
Ad un certo punto un’infermiera rimane sola in sala, e le pazienti tutte “over” qualsiasi numero dopo il 65 (e credo anche 70), hanno le loro richieste da fare. Chi ha sete, chi ha fatto un bisogno un po’ sopra le aspettative, chi dice che è abituata al suo terrazzino di casa e se non ci va non respira più, chi sta zitta e si guarda intorno impaurita, e chi a più riprese gridacchia qualcosa di incomprendibile tipo <testa> e poi <quella stupida!>. Il figlio della signora in questione è giù uscito sconsolato dopo il colloquio con topolina: <Sua madre viene per?> <Beh dunque, ha un po’ di diabete, questo e quello e spesso ha degli scatti un po’… > e muove la mano all’insù ruotandola, tipo mossa di ballo popolare. <Un po’ ?!?> richiede topolina. <Eh, un po’….> tentenna il signore. Non ce la fa a dirlo, anche se lo pensa e la cosa lo affligge. Gli si legge in faccia che vorrebbe urlare: <Ma non la vede? Ha quasi 90 anni e dice cose senza senso, inveisce con le persone a caso, a volte. Mi aiuti, non so come fare>. Ma si controlla, e davanti agli occhi della dottoressa, che si vedono lontani dietro gli occhiali poggiati al bordo del naso, risponde: <Ha degli scatti… diciamo d’ira>, chiude. E’ quasi sollevato di aver trovato una parola che non offendesse. L’ha detto veloce, per farsi sentire il meno possibile.
Ma poi, dopo aver schedato anche questa paziente, la dottoressa ha fretta, ha cose da fare. <Sì accomodi fuori, la chiameremo>. <Ma come funziona?> prova a chiedere dettagli lui. <Eh, lei vada, noi se abbiamo bisogno la chiamiamo, appena abbiamo novità>. Lui sembra guardarmi velocemente mentre parla tra sé e sé uscendo dalla stanza…<Ma quando? Oggi? Domani? Tra un giorno? Tra un anno?>. Borbottando, se ne va.

Io sto lì, aspetto e guardo. Mando mail alla redazione e in giro per l’Italia ai collaboratori. Ma guardo.
Quando arrivano anche i risultati delle lastre, mi dicono che gli esami non mostrano niente di grave, che si tratta di una toracoalgia di verosimile origine osteoarticolare. Quel “verosimile” mi convince poco, ma tant’è. Decido di non rimanere in osservazione (ipotesi paventata dai medici) per le 24 ore. E’ comparsa una nuova dottoressa, che mentre mi toglie l’ago mi dice: <Stia tranquilla>. Sorride, mentre la topolina continua a macinare fogli e conversazioni telefoniche e imperativi a destra e a manca. Quel “verosimile” non mi piace, manco pensavo si usasse nelle diagnosi (ma a quanto pare è verosimile). Io esco, e mi avvio alla metro, verosimilmente vicina, torno a casa e poi al lavoro. Ora, dopo quelle 4 ore e la giornata lavorativa, sono verosimilmente stanca e ho ancora quel dolore verosimile.

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4 Comments

  • Myriam scrive:

    Non c’è bisogno di lasciare il tuo medico, puoi prenderne uno “temporaneo” nel caso tu sia domiciliata altrove, portando alla ASL libretto sanitario e copia del contratto di lavoro (in genere il tetto massimo è un anno, alla scadenza del quale puoi rinnovare). Alla fine del contratto fai all’incontrario e riscegli il tuo medico dove hai la residenza :)

  • Diletta scrive:

    Grazie Miriam. Intanto venerdì vado a farmi vedere dal mio, e non si sbaglia :)

  • Simo scrive:

    Fuck. Mi spiace. Collego solo ora il ritardo dell’altro giorno. Come va?

  • Diletta scrive:

    @simo. eh già, ero un po’ sballata eh. Ora come prima, domani mi faccio altra visita medico di base (quello di cui sopra….). Grazie

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