Pensiero stupendo
Strano a dirsi, ma l’attività nella quale Miss. Parlangeli (che sarei
io), spreca più tempo nell’arco della giornata, è pensare. O meglio, perdersi nei pensieri, di varia forma e specie. Momento prediletto per suddetta pratica nell’arco della giornata, come di consueto, il rush finale con palpebra calante e testa sul cuscino. Insomma, prima di dormire. Ondeggio, vagheggio. E mi fanno sorridere spesso i nessi logici grazie ai quali parto dalla foto che ho appesa davanti sul muro e arrivo agli attentati a Mumbai (è un esempio, mai successo). Oppure quelli per cui dalla decisione sul sabato sera arrivo a pensare ai risultati dell’esame (questo è successo, ed era più logico Mumbai, ora che faccio mente locale). I collegamenti in genere sono il modo migliore per dare vita al mio lavoro, peccato che le mie elucubrazioni in genere prendano pieghe strane e articolate. E nemmeno mi accorgo di quello che succede intorno. Prendi ora, ad esempio. Il mio coinquilino deve avermi svuotato il posacenere e nemmeno me ne sono accorta, presa com’ero davanti alla schermata bianca. Ho realizzato quando, spegnendo la sigaretta, ho visto che era l’unica presente (e questo non era normale).
Dicevamo che mi perdo. Ultimamante a dar man forte alla mia attività, la stesura di mail in cui scrivo in netto accordo con il flusso dei pensieri (direi “diparipasso”, se non sembrasse spudorata campagna pubblicitaria al blog). Sì, le rileggo, ma non posso fare a meno di constatare che sono piene di racconti e di frasi, di soggetti e complementi che si incatenano tra loro come fanno dentro la mia mente. Ci ho scritto anche dei post, ma erano sui pensieri quelli cupi, reconditi. In questo caso parlo di puro “cazzeggio mentale”. Visito posti, vedo luoghi, rivivo episodi, tutto attivando uno strano interruttore, che in realtà fa tutto in automatico, come quei deodoranti per ambienti che vendono ora, che imposti il timer e ogni mezzora soffiano (e se sei sola in casa e non lo sai, come mi è capitato l’altra sera da amiche, ti prende pure un colpo, che pare ci sia uno che grugnisce dietro lo stipite della porta).
Ultimamente mi accorgo che per pensare finisco imbambolata a fissare le cose. Così assorta da calarmi totalmente nell’atmosfera sulla quale ragiono, scordandomi di quella in cui vivo. Da un lato, è segno che quassù qualcosa funziona. Dall’altro, che vivo fasi catatoniche indefinite, sia in ottica di tempo che di spazio. Credo che dovrei preoccuparmi solo nel momento in cui qualcuno mi facesse notare di affondare nella catalessi (“falli tutti fessi”, canterebbe Caparezza) in luoghi pubblici e mentre la gente parla. Ecco, che ne so, tipo se in riunione, al momento del mio turno di parola, non mi accorgessi di dover intervenire mentre il microfono in teleconferenza dice “cosa abbiamo per DNlife?” oppure “Diletta?”.
Per il momento reagisco ancora agli imput esterni. Per l’avvenire, speriamo di non peggiorare. A futura memoria, esporrò questo post. E se non me ne ricordassi, lo faccia qualcuno per me qualora rimanessi senza lavoro e sola (ma piena di pensieri).
Buono a sapersi. Dunque non tutta la catatonìa viene per nuocere. :)