Piacere, sono “Topo” il camionista

Domani niente tragitto sull’A1. Viaggio giovedì notte di solito, quando finisco di lavorare. Roma-Firenze (esattamente 270 km da dove sono a dove devo arrivare).  Quello che mi trovo davanti è più o meno la stessa scena. Certe volte sulla bretella che dal raccordo porta al casello, c’è poco traffico. Dopo Orvieto resto sola con la mia Twingo d’un nero cattivo. E poi, lei: l’immancabile carovana di tir sulla corsia di destra. Grandi, enormi, rispetto a me. Giovedì scorso c’era nebbia fitta a banchi (che nervoso) e la mia velocità, già mai sostenuta al buio, si è ridotta notevolmente. Dopo la prima ora e mezzo di guida, e il doppio ascolto di un nuovo cd, la noia ha preso il sopravvento. Attacco la radio e becco due speaker che parlano di Facebook. Mi faccio due risate, e poi il segnale si perde tra le colline. Che fare? Nessuno mi chiama, è tardi. Papapaaa, pappapaaa… fumo. Afferro con la mano destra e con difficoltà un cioccolatino dalla borsa del pranzo ormai vuota che avevo portato al lavoro. Rifumo. Papapaaa, papapaaa. Che faccio? Ammazza che noia. Mi piace guidare (e menomale, sennò sarei fregata), ma sono stanca, e la nebbia fitta rallenta la macchina, e i riflessi.
Lavori in corso, ci deviano sulla carreggiata opposta, mangiando una corsia alle tre d’orgine in direzione opposta. E si va ancora più lenti. Ad un tratto guardo i mezzi che mi arrivano di fronte: “Angelo”, “Antonio”. Il sorriso arriva quando leggo “Gigante”. Sono i nomi che i tir hanno sul muso.
Ecco, ho trovato il mio passatempo. Cerco di leggerli tutti, e li segno su un taccuino. Il problema è che ci prendo gusto, e ripeto l’operazione anche quando la deviazioine finisce e torno sulla mia carreggiata. Il che complica l’operazione. Ho gli occhiali, ma è notte, e la distanza non è poca. Quindi che faccio: con prode mossa da genio rallento ogni volta che dall’altra parte arriva un tir. La verità è che ho già deciso di coniugare il mio hobby da viaggio con la scrittura di un nuovo post, quindi la questione assume contorni quasi professionali. Insomma, doveva essere un passatempo ed è diventato un lavoro.  Cavallino rampante Ferrari con led rossi, “Mauro”, “Sergio”, “Enzo”, “Lele”, “Roberto”. Pausa ai nomi reali con appellativi che mi auguro non centrare niente con caratteristiche fisiche tipo “Topo” e “Baby”. E poi si ritorna ai nomi di battesimo come “Giuseppe”, “Carmine”, “Salvo”, e un immancabile “Ciro”.
Finito, Firenze Sud.
Ho sempre creduto che tutti quei led (alcuni davvero improbabili), fossero solo una questione estetica. Che so, uno ci vive sul camion, e decide di imbellettarlo come meglio crede. Insomma saranno anche fatti loro, e a me hanno fatto passare (e perdere) il tempo. Ma dalla fatidica domanda Yahoo di un utente, scopro attraverso la “risposta migliore” che quei nomi ai conducenti servono. Sono gli indcatori Cb (common band – o “cittadini” band – come scrive qualcuno, forse reinterpretando o sbagliando la sigla), frequenze senza licenza che usano per comunicare e darsi consigli sulla rotta.
Ho sempre saputo che ci fosse tutto un mondo dietro quei mostrti che consumano asfalto e che spesso maledico quando stringono in curva o si sorpassano a vicenda con la fila dietro. E nel mio piccolo, nel mio piccolo di una piccola Twingo d’un nero cattivo, in quel mondo ci sono entrata anche io. Con occhi, carta e penna (e poi tastiera). Lo stesso modo in cui entro tutti i giorni in altri cento mondi.

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