l’esame inizia molto prima di prendere la penna in mano

Stamattina sveglia ore 6. Rapido check delle mail dal blackberry. C’è un’anagramma che mi mette carica.
Procedo alla vestizione. Gonna jeans scura con pieghe, maglioncino nero come pantacollant e stivali (colore sobrio, che non guasta mai). Sulla spalla destra ho borsa verde grande, su quella sinistra altra borsa contenente pc, panini, due bottigliette d’acqua, due banane, due brioche (no che non ho mangiato tutto, uff!). Esco di casa. Porto anche un kway della mia era rap, che il cielo è plumbeo. Spesa in edicola.
Vado al bar, colazione, due camel light, due biglietti metro, ciao, ciao bella, ciao dilè. Ciao.
Arrivo a un passo dalla metro (UNO), e mi accorgo di aver dimenticato la lettera di convocazione per l’esame.  Imprecazione mentale di circa 5/6 minuti, il tempo di rientrare a casa dopo aver riattraversato parco Kolbe e Casal de’ Pazzi. Penso che ne posso approfittare per segnarmi la fonte di quei dati che ho preso in corsa dal Corriere Magazine. Rientro già paonazza: il cielo fa schifo, ma si muore di caldo. Entro in camera, prendo la lettera, lascio gli allegati di Repubblica e Corriere che pesano e basta. Esco, chiudo. Decido di passare dal parcheggio del Tuodì, che così taglio, ma arrivo al cancello ed è chiuso. Torno indietro, e aridaje con Casal de’ Pazzi e Kolbe, di nuovo alla metro. Mentre oblitero mi accorgo di aver dimenticato sia i dati che la pastiglia. Eccheccazzo. Vabbè, appena scendo dalla metro scrivo mex a babbo e amico, uno dei due avrà il corriere di ieri. Rebibbia-Termini. Termini-Cornelia. Esco all’aria: “Scusi, via Aurelia”? Di là, ok.
Comincio a mandare appelli cifrati (ma nemmeno troppo), per la famosa fonte dei dati: se capita la traccia su Obama e la faccio, non è che posso citare i dati senza fonte. Eddai, sono le prime regole Dile, come hai fatto a non pensarci?
Babbo risponde, non ce l’ha. Cacchio. Provo con T. Lo chiamo, illustro la situazione e lo ragguaglio sulle ultime novità che potrei aggiungere ad eventuale pezzo. Sulla soglia della sala Ergife adibita all’esame un messaggio mi riporta il nome della fonte. Evvai, ho tutto. Mi sono preparata. So pure come piffero si chiama il regista dell’ “inf – O- mercial” del democratico, e di chi è parente. E pure il nome del produttore, ce l’ha La Stampa di oggi (sempre detto che è un gran giornale). Ok. Dai Dile dai, stavolta ce la fai.
Procedure controllo pc, trova il banco con il tuo nome. Caspita, sono 521 banchetti allineati in un immenso capannone bianco.
Dopo un po’ comincio a guardarmi intorno. Qualcuno lo conosco, troviamo anche il modo di fumare una sigaretta mentre restanti 400 si mettono ai posti di controllo. Poi mi siedo, e osservo: il mondo dei giornalisti è davvero quanto di più variegato si possa immaginare. C’è uno che sembra uscito da una festa reggae, e quella che pensava di venire a un Gala stamattina. C’è uno che potrebbe essermi padre e quello là con la tipica faccia da secchioncello. Il fighetto, la sfigata. Tutto. Di ogni tipo e forma. C’è il giornalista sterotipo giacca in velutto che fa figo e non impegna (come direbbe l’amica Manny), e quella laggiù che potresti incontrarla ad una festa di collettivi univerisitari. Chi se la crede e chi è nel panico.
Dopo solo tre ore ci consegnano le tracce. Non leggo nemmeno le altre, punto al neretto che indica “ESTERI (1)”: A quattro giorni dalle elezioni…. OBAMA. C’è scritto OBAMA, evvai. Ma viiieni.
Dopo ore e ore di estenuante fatica (i tempi si sono protratti per disguidi tecnici), esco di lì.
E’ sera, metà di quelli che ho conosciuto li ho persi di vista con il passare delle ore. Comincio a fare chiamate su chiamate, fumo, penso. L’idea di ritornare a casa e cambiare due metro mi devasta, ma non posso certo prendermi una stanza all’Ergife.  Ok, mi sparo l’ipod e guardo le persone nella metro. Ah, c’è anche quella con l’accento napoletano che era in fila davanti a me alla fine dell’esame.
Fossati, rapido cenno di Neffa passando per John Leggend e Subsonica.
Esco. Pioviggina, ma mi attacco al telefono. Dopo che ho immortalato con il cellulare la mia sagoma sul muro del parco/parcheggio, parte la sesta chiamata da quando sono uscita. Mi si ribalta l’ombrello con il vento, chiudo. Passando per Casal de Pazzi penso al lavandino pieno di piatti (ieri giornataccia) e mi fermo a prendere una pizza d’asporto. Quando esco sono di nuovo al telefono, ma comincia a piovere e richiudo.
Apro l’ombrello e zompetto verso casa. Prima di evitare il suv che occupa l’angolo del marciapiede, ad un certo punto sento ribollilrmi la coscia. La deformazione mi porta a pensare al tizzone di sigaretta, ma realizzo che non sto fumando. Nooooo, ma dai! Il liquido della mozzarella della pizza, uscito dal cartone, mi si è riversato su gonna, calze e giacca. Evvabèmaalloraditelo. Entro in casa, butto tutto sul divano (no, la pizza no).
Penso solo una cosa: che se l’attentato a Obama non c’è stato, potrebbe essercene uno vero, il mio, se mai dovessi scoprire che dopo una giornata così, mi hanno pure bocciata.

Nota: Tutto ciò inizia due giorni fa con sfilza di parolacce da far impallidire uno scaricatore di porto quando non riuscivo a far funzionare la procedure di verifica per pc dell’Ordine dei giornalisti. Conquilino anima pia (nonché hacker) Gianlu con santa pazienza ha placato le mie ire trovando l’origine del problema (che NON ero io, so che lo stavate pensando)
Prosegue ieri, con rassegna stampa che ha coperto pure Liberation e Mean’s Helth (con Obama in copertina, che avevate capito…) e lancio di mail da Firenze (da dove sono arrivati consigli e dritte sullo stile) a Torino (da dove è arrivata pedantissima e perciò utilissima risposta).
E tutto si conclude qui, con la cancellazione erronea di post (questo), già redatto a metà (hanno tutti ragione, su Splinder).

esame

  • redapple

    Se non ti conoscessi direi di aver letto il post di una pazza :-)

    Ma siccome ti conoscoooo, mi posso permetterlo di scriverlo: sei una futura pazza “professionista” :-)