Lucie Awards per il “fanatico” del bianco e nero (DNews Milano 21 ottobre 2008)

Bianco. E nero. Cos’altro poteva servire alla mano che ha ritratto il lento oscillare dell’Italia, se non le luci e le ombre che delineano i contorni. Gianni Berengo Gardin ha ricevuto uno dei più importanti riconoscimenti fotografici, il «Lucie Awards» alla carriera. Nato a Santa Margherita ligure nel 1930 ha iniziato a fare foto a 24 anni. Ha lavorato al fianco di industrie come Olivetti, Alfa Romeo, Fiat, Ibm e Italsider e spalla a spalla con importanti designer e architetti come Renzo piano.  Il 1990 ha consacrato il suo ingresso in Contrasto, e benché abbia commentato il riconoscimento con un umile «Proprio non me l’aspettavo» ai premi, Berengo, ci è abituato.   Prima di  ricevere  al Lincoln Center di New York il  riconoscimento internazionale  istituito nel 2002 per  individuare tra i fotografi e addetti al settore le persone che maggiormente hanno riscontrato successo di pubblico e critica in diverse categorie (fotogiornalismo, ritratto, moda, pubblicità e fine arts), ha messo nel cassetto il World Press Photo (1963) e il premio Scanno (1981), solo per dirne alcuni. E  nei suoi cinquant’anni di attività non è mancato il “Recontres Internationales de la Photographie in Arles” per il volume “La disperata allegria: Vivere da zingari a Firenze”. Gli stessi gitani che ha immortalato a Palermo, e poi a Trento. E la stessa Firenze avvolta nel velo di una sposa al Piazzale Michelangelo, nello scatto del 1962. Esordì con un reportage su «Il Mondo» di Mario Pannunzio nel 1954, si è occupato, durante la sua carriera, prevalentemente di fotografia sociale (del 1968 i suoi servizi che raccontano la vita nei manicomi), di reportage (ha scandagliato il mondo del lavoro dalle fabbriche tessili alla banche), di indagine ambientale. Ma non mancavano i ritratti, e i baci appassionati, e quei passaggi perfetti nella loro solitudine, come la macchina davanti al mare della Gran Bretagna, del 1977. Il suo stile è stato paragonato a quello di Henri Cartier-Bresson e del suo colore ha detto in una recente intervista: «Fin da bambino ho succhiato latte fotografico in bianco e nero. Non solo. Sono fermamente convinto che per il mio tipo di fotografia sia molto più efficace il bianco e nero». E di quei toni ha riempito oltre duecento esibizioni tra l’Italia e l’estero. E se agli annali passano le grandi mostre di Milano, o New York, lui si può trovare anche così, ai lati di una Festa dell’Unità (a Modena, nel 2006). Senza far rumore. Perché è uno di quelli «che non se lo aspetta proprio».

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