Gratta e vivi, mentre aspetti e speri

di Andrea Marotta

Il carabiniere avanza verso di me a passi spediti lungo il cavalcavia. Sopra di noi il cielo è una metamorfosi genetica della ghisa. Il carabiniere, un uomo sui 50 anni, baffuto e brizzolato, tiene in mano un pacco di foglietti color verde. Alle sue spalle, finalmente, intravedo l’autostrada: quel paradosso vivente che è la A3, la Salerno-Reggio Calabria. Un’autostrada che non è un’autostrada, una “due corsie” che di corsie ne utilizza una sola nel 50% del suo tragitto (sarà la recessione), un cantiere aperto da 40 anni alla circolazione delle vetture (a loro rischio e pericolo, ovvio).

È giovedì 28 agosto. Sono in viaggio dalle 11 di mattina. L’orologio, ora, segna le due. I calcoli che avevo fatto (cinque ore e mezza di viaggio, sosta compresa: arrivo a Roma alle 16.30) sono completamente sballati. Il brutto è che quando fai calcoli del genere il cervello continua a regolarsi sul loro fuso orario. E, quando ti accorgi che sballano, i neuroni soffrono un jet-lag che pulsa peggio di un embolo.

Più o meno un’ora e mezza fa, verso le 12, su uno di quei rari cartelloni luminosi presenti sulla A3 ho letto la scritta: “Traffico intenso: uscita consigliata Lauria Sud”. Ho sfogliato le pagine del mio vocabolario mentale, riflettuto sull’ontologia della parola “consigliata” per poi deliberare all’unanimità (votanti uno, cioè io: che figata la democrazia quando sei in pochi) che: “Ok, mimportanasega, io proseguo in autostrada”.

È evidente, però, che la Società Autostrade sta portando avanti un’opera di revisionismo sulla parola “consigliata” perché, arrivato a Lauria Sud, due addetti dell’Anas hanno obbligato me e una coda di un chilometro di macchine a uscire per imboccare la Strada Statale 19.

Domanda: «Ma non era consigliata, l’uscita».

Risposta: «No».

Domanda: «E perché? E dove si rientra in autostrada?».

Risposta: «Vada, vada! Non vede che blocca tutto?!».

Ora salta fuori che la colpa del traffico intenso è mia. Vado.

Faccio mente locale sulle uscite successive della A3. Lagonegro è a 25 km da qui. Poi c’è Casalbuono, ma mi sembra troppo pessimistica come ipotesi: sarebbero 40 km di strada statale, tutti in fila indiana, lungo tornanti che salgono e scendono, furgoncini che si bloccano col motore in panne, passando attraverso il centro abitato di paesini con poche centinaia di abitanti.

E, insomma, quando il carabiniere mi viene incontro lungo il cavalcavia sono passati 25 chilometri e quasi un’ora dall’uscita di Lauria Sud. Siamo a Lagonegro, l’autostrada è sopra le nostre teste: “Via, finalmente è finita”, penso. E penso pure che, ora, il carabiniere baffuto e brizzolato che sta avvicinando uno a uno gli automobilisti (solo ora mi rendo conto che somiglia in maniera inquietante a Massimo D’Alema) stia chiedendo scusa a tutti per il disagio, uno per uno. Ma quei foglietti?

Abbasso il finestrino, rallento e tendo la mano. Di fogliettini il carabiniere me ne porge addirittura due (quanta grazia!). Li guardo: c’è scritto “Gratta e vivi”.

Domanda: «E che cos’è?».

Risposta: «Un gioco».

Domanda: «Un gioco?».

Risposta: «Sì, un gioco».

Per un attimo prendo in considerazione l’ipotesi di scendere dalla macchina, fare un cenno d’intesa al camionista che sta dietro di me, prendere insieme il carabiniere per i piedi e scagliarlo giù dal cavalcavia.

Poi, però, mi viene in mente un ministro della Difesa che giusto pochi mesi fa diceva che “l’Esercito per le strade permetterà alle forze dell’ordine di uscire dagli uffici e presidiare maggiormente il territorio”. È chiaro che è tutta colpa mia: per me “uscita consigliata” non significa “obbligatoria”, così come “presidiare il territorio” non equivale a distribuire “Gratta e vivi” (voglio conoscere il genio del marketing che ha inventato il nome di questo gioco) lungo un cavalcavia.

Resetto il cervello dai cattivi pensieri: “Cazzo, sono appena finite le ferie: non vorrai mica intossicarti subito così?”, mi dico. Rientro nello spirito vacanziero e sorrido come se avessi davanti il mare della Calabria.

Domanda: «Stiamo per rientrare in autostrada, vero?». (Il mio tono nasconde un’angoscia dignitosa, tipo domanda retorica, che non aspetta altro di essere spazzata via).

Risposta: «No, a Padula».

Ci metto 5 secondi a decrittare il misterioso messaggio esoterico inviatomi dal carabiniere: sono altri 30 chilometri di strada statale.

Mi sporgo dal finestrino e cerco lo sguardo del camionista alle mie spalle. Non lo trovo: sta fissando il vuoto con disperazione.

Abbasso il finestrino e riparto. La prossima volta altro che “Gratta e vivi”: devono darmi un cubo di Rubik.

Mentre vivo, viaggio