Faccia a faccia con Facebook

Di Facebook ce n’è uno, come lui non c’è nessuno. Chiaccherando con amici davanti ad una birra, ad un tratto il social network del momento ha tenuto banco, monopolizzando la conversazione. Nato nel 2004 ad opera di uno studente (così vuole Wikipedia) come rete interuniversitaria, ora è universale, punto. Con tutti gli snodi che per natura una rete si porta appresso. Con l’aggiunta, a mio modesto avviso, di due potenzialità: da un lato, facendo propri i mezzi di comunicazione che abbiamo a disposizione (im e mail con aggiunta di un profilo), si configura come una chat perenne, senza le beghe della chat stessa. L’utente che ti conosce sa cosa stai facendo, a chi hai scritto, a quale festa andrai e quanti amici hai (ah, sano vecchio vouyerismo!). Quindi, come numero di “azioni” che vengono messe a disposizione di chi ti conosce (e, diciamocelo, ama farsi i fatti tuoi), abbiamo già superato il fratello MySpace, che tra l’altro è più confusionario e bistrattato da commenti spam di varia forma e specie. Dall’altro lato però, come a compensare quest’eccesso di morbosa persecuzione d’intenti, interviene la selezione. I profili non sono visibili se non previa autorizzazione, che quando viene chiesta, porta con se il “curriculum”. Se tizio chiede a caio di avere la sua amicizia, caio sarà informato innanzitutto se hanno conoscenze comuni. Una sorta di “referenza”, che nonostante sia spesso solo di facciata, gioca un ruolo importante. Acquieta gli animi  che si sentono messi al riparo da persone in cerca di contatti online senza reali scopi (MySpace ne è un collettore, invece).

Onde evitare di dipingerlo come luogo ameno del web, va detto che Facebook può essere, ed è usato a più livelli: si passa dalla creazione di gruppi con un chiaro intento (vedi Firenze- L’era delle nuove generazioni culturali – Gabriele Ametrano e Chiara Cecchin), all’invio, tra amici di emoticon, regalini, birre, Betty Boop d’ultima generazione, senza tralasciare una Kelly di Hermes e un’immancabile Hello Kitty.
Ma la fantasia è tanta, e si comincia a parlare delle sue molteplici applicazioni (vedi articolo del Corriere Fiorentino con relativo commento di Antonio Sofi, blogger e docente di New Media).

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