Tra le case del campo rom(DNEWS ROMA 24.07.08)

Posted by Diletta Parlangeli on ago 2, 2008 in Senza categoria |

C’è il tipico odore dell’acqua sull’asfalto, quella gettata nei cortili delle case l’estate, per rinfrescarli un po’ dal sole. I bambini sono assiepati al guard rail del vialetto che salendo porta su ai prefabbricati, dove le donne hanno scopa e secchio in mano. Curiosi, stanno lì a guardare le sterpaglie che fino a ieri erano verdi, e adesso sono cenere. All’ingresso del campo nomadi di via Candoni, dove martedì notte è divampato un incendio, una coppia sta parlando. Hanno sette figli, “tutti nati al San Camillo”, spiega la donna. Il marito mostra le mani annerite, come il resto dei vestiti. I jeans e la maglietta sporchi. Raccontano una notte passata a cercare di sedare il fuoco alla bell’ e meglio, in attesa dei vigili del fuoco. Ma adesso, perchè sia successo, poco importa. Le fiamme non ci sono più, e non sono riuscite a raggiungere la zona abitata. Quel che resta è la paura, che porta tutti a non voler pronunciare il proprio nome. Non lo fa la coppia che sta nell’area del campo riservata ai bosniaci. E non lo fa uno dei gruppi di persone sedute sotto la tettoia davanti alla propria abitazione. Solo un ragazzo, mentre sorseggia una birra, alla domanda risponde “Stefano”, e niente di più. Una donna sulla quarantina è seduta lì fuori, e sta chiaccherando con il resto della famiglia: «una trentina in tutto – racconta – tra cognati, fratelli, figli».  Dopo aver trascorso due anni al Casilino, da otto è lì e tutti suoi bambini, eccetto uno («Lui è il rumeno!» scherza) sono nati in Italia. È per loro la maggiore preoccupazione. Ieri sera correvano tutti verso la loro zona del campo, dove ci sono gli immigrati della Romania, quella più lontana dalla collinetta del rogo. Il terrore li ha fatti fuggire velocemente nelle case  a prendere i documenti. «Non era per sbaglio», continua la donna riferendosi all’incendio. Per questo ora, rincara la dose una giovane dai capelli scuri e gli occhi azzurro chiaro “abbiamo paura anche a scendere in città per prendere da mangiare ai bambini”. Nella loro famiglia quasi tutti lavorano distribuendo gli elenchi telefonici, girando anche l’Italia. La più piccola, che zompetta attorno alle gonne larghe e colorate delle donne, la chiamano “la barese”, perché è nata in Puglia. «Nel campo -  dicono – ci sono circa 200 bambini». «I miei vanno tutti a scuola» racconta la signora. Anche lì, la vita per loro è dura: «Il piccolo è tornato piangendo un giorno. Gli altri compagni non vogliono ballare con lui, dicono che è sporco, ma i miei figli non li ho mai mandati sporchi a scuola». Loro la guardano, in fila, con i pantaloncini e le calzette bianche, linde. «È vero, all’inizio chiedevamo l’elemosina -  aggiunge la ragazza  – perché non sapevamo la lingua, non avevamo i documenti, ma ora no». Si sentono dare addosso anche al supermercato. «Ci dicono “ecco gli zingari, andate via” – conclude -. Noi stiamo zitti, perché siamo a casa vostra, e non abbiamo il diritto di dire niente».

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