Avanti il prossimo, ma un altro giorno
Certi pensieri si mettono in fila. Fanno la coda, proprio. Si premurano di non arrivare in momenti sconvenienti, perché sanno che non gli daresti retta. Aspettano, pazienti. Composti, immobili, anche mentre intorno succede un gran casino. Sono in giacca e cravatta sotto i 40° al sole e non versano una goccia di sudore manco a pagarli. Ma è tutto un trucco per non farsi vedere, per non destare sospetto, per farti capire che mai e poi mai verrebbero a disturbarti. Sono l’invadenza travestita da buon senso, mentre sono quanto di più lontano. Ma alla fine ci credi. Insomma come fai a non cascarci. Sono come quelle persone che si mostrano in una maniera e alla fine per forza credi che siano esattamente in quella maniera lì. Ma poi, appena ti distrai, appena ti rilassi un attimo, ecco che i pensieri tirano fuori il biglietto numerato, come quello della macelleria. “Mia cara, li hai serviti tutti – sembrano dire -. E’ il mio turno, io sono il numero tot, e adesso sono cazzi tuoi”. La mano sventola il bigliettino giallo, magari fosse quello di un’ammonizione, almeno alla seconda uno dei due (o io, o lui) sarebbe fuori dal gioco. Macché. Sta là, con faccia da biasimo mista a quella del cane bastonato, per innescare quel tanto di senso di colpa che basta. “Lo sapevo che eri da qualche parte, bastardo – dico tra me e me cercando nel repertorio delle scuse quella più valida – sono stanca, se ci confrontiamo adesso, finirei con l’essere pessimista, non sarebbe uno scambio costruttivo. Dai facciamo domani, o magari tra un po’… non vedi che non tengo gli occhi aperti…”. Mi guarda. Deluso, iracondo. Gli occhi fissi mentre mi strappa il biglietto davanti. Si allontana, ma so che tornerà.