Notturno auto (i bus oggi erano in sciopero con gli altri mezzi)
La cara vecchia Calimero ormai mi porta in giro anche a Roma. Nel tragitto verso il Colosseo stanotte ha incrociato un paio di motorini ad un semaforo. Lì per lì l’occhio abituato a vedere solo i contorni e da quelli stabilire cosa ha davanti, non aveva fatto caso a chi ci fosse sopra, anche se era evidente che i conducenti si conoscessero. Soffermando lo sguardo, mi sono accorta che a guidare erano due persone grandi, un uomo e una donna. Dietro al signore c’era un ragazzo intorno ai 18 anni, mentre il casco più piccolo dietro alla signora ospitava la testa di un ragazzino che avrà frequentato sì e no le scuole medie. Aveva tutta l’aria di una famiglia. Saranno state le 00.45, non prima, su via Tiburtina, dopo il Panorama. Chissà dove stavano andando, e perché in moto poi, e non con la canonica 5 porte. Per il fresco estivo che invoglia? Perché Roma o la vivi in motorino o la vivi male, persino di lunedì sera? Perché erano quelli i mezzi a disposizione? Mi ha sfiorato la tenerezza e un sorriso della pancia mi ha fatto gustare quella scena di chiacchera aspettando che scattasse il verde con il fratello maggiore (presunto), che spiegava al piccolo come stare più dritto in sella. Di solito davanti a mamma-papà-figli che si trascinano per le strade del centro con aria insofferente o davanti ai suddetti in gita per l’Italia, in qualsiasi città, mi viene sempre una gran tristezza. Ma quei quattro erano proprio simpatici, avvolti nella dinamica immagine di una passeggiata notturna in sella alla moto (in fila per due con il resto di nessuno -o uno, io, che ero dietro).
Finito il semaforo la strada con i suoi relativi pensieri si è mossa altrove.
Al ritorno ho optato per la radio, che almeno funziona anche con le buche d’asfalto della Capitale, non come i cd che saltano ogni minuto. Ma le frequenze, si sa, la musica la scelgono al tuo posto, e nello zapping frenetico del dito e la mano sul cambio, puoi incappare in qualche nota sgradita. Appunto. E’ arrivata una canzone che ultimamente salto a piè pari da una raccolta che mi ha fatto un’amica. Mi ricorda una faccia che non voglio ricordare, parole che non voglio sentire ritornare alla mente. E subito, in attimo, come succede con i profumi, la testa si è allontanata dove non doveva, dove avevo messo il divieto d’accesso. Ho lasciato che il ricordo entrasse nella strada chiusa, senza via d’uscita. Non sono mai scappata, io. Né dai miei errori, né da quelli degli altri. E nel tempo di un brano tutto è arrivato e si è dissolto. E dopo lo stacchetto con voce femminile ce cantava “radio (qualche cosa) yeaaaahhhh…” – tipici intro che trovo insulsi tra l’altro, perché la notte hanno tutti la stessa cantilena – è arrivata una vecchia canzone di Renga: “ho tirato troppo la corda, non perdonerai…” diceva alla prima strofa. Via di Rebibbia, è ora di togliere il frontalino ed entrare a casa.