Scrivere? E perché?!?

Se ne dicono tante sulla scrittura: che sia uno sfogo, che abbia una funzione catartica e che sia il passaggio finale verso l’ammissione a noi stessi di ciò che pensiamo e sentiamo. E in effetti, la scrittura che esula dal lavoro, almeno per me, è un po’ tutto questo. Ma ho trovato in un libro appena finito, “C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo” (gran titolo) di Efraim Medina Reyes, un capitoletto che elenca una serie di ragioni valide per cui uno impugna le penna (o la tastiera) e si mette a comporre. Motivi validissimi, eccetto il mio disappunto su Gaarcìa Marquez (con cui l’autore ce l’ha su dall’inizio alla fine del libro).

“Uno si mette a scrivere perché non è stato capace di picchiare un autista che l’ha reso ridicolo, perché non ha fracassato i piatti in un ristorante, perché non ha affrontato un poliziotto fuori di testa che ha insultato la sua ragazza, perché non ha detto a sua madre quanto la amava e detestava, perché non ha sputato in faccia a un professore che diceva che la terra è rotonda, perché si è fatto fregare il posto nella fila del cinema, perché non ha arte né parte, perché pensa che è un modo facile per diventare famoso e fare soldi, perché se lo fanno buffoni come Garzìa Marquez e Mutis può farlo anche lui, perché con i numeri no ci sa fare, perché non vuole fare il medico né l’avvocato, perché è incazzato, perché odia la gente e vuole insultarla.
Uno si mette a scrivere perché una ragazza carina gli ha detto che le piacevano gli scrittori, perché ha bisogno di un alibi per non lavorare, perché lo fa sentire superiore, perché ha letto un paio di romanzi sul Far West e vuole entrare in concorrenza, perché è un cowboy senza cavallo, perché lo fanno gli scribacchini come Vargas LIosa, perché non ha voce, perché non ha senso del ritmo, perché è stufo di farsi seghe, perché vuole portarsi a letto una donna ma non c’è verso, perché pensa di avere qualcosa da dire, perché scopre che le ragazze carine dicono che gli scrittori sono teneri ma poi escono con i mafiosi, perché non gli lasciano mettere le mani addosso alle reginette di bellezza, perché è magro come un chiodo e non c’è niente da fare. perché ha paura di morire senza essersi scopato una ragazza carina, perché se uno stronzo ipocrita come Vargas LIosa scrive può farlo chiunque, perché sa che col cinema perde il suo tempo, perché invidia quelle bertucce che appaiono in tivù e guadagnano milioni, perché in mancanza di meglio vuole essere comeBukowski.
Uno si mette a scrivere perché non sa tirare di boxe e non ha fegato, perché ha i denti storti e non può sorridere come vorrebbe, perché per gli impotenti di ogni sorta non c’è altra strada, perché tutti i brutti sono scrittori o assassini e lui non è capace di far male a una mosca, perché scrivere lo fa sentire importante, perché per essere chiamati scrittori non c’è bisogno di scrivere bene e per essere chiamati figli di puttana fa lo stesso se si ha una madre che è una santa, perché ha paura di andare alla deriva senza far nulla, perché non può bere ogni sera, perché ama Dio ma odia le associazioni senza fini di lucro, perché non ha una ragazza, perché non ci sono emozioni ma insulti, perché a casa sua non c’è la televisione e la radio si è rotta, perché la moglie del vicino è un bonbon, perché ha paura di restare calvo e per questo evita gli specchi.
Uno si mette a scrivere perché non osa rapinare un supermercato, perché ama una donna e lei è la fidanzata del gallo del quartiere, perché non ci sono abbastanza riviste porno […] perché rimane impantanato tra un’intenzione e l’altra, perché c’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo.

Il bello è che scrivere non serve a nulla di ciò che uno vuole. Scrivere è un limite, un dolore , un difetto in più”.

libri, Mentre vivo, Penna e calamaio

  • federico da rin

    nei diari di Kafka ho trovato questa definizione, o meglio aforisma:
    “Strana, misteriosa, forse pericolosa, forse redentrice consolazione dello scrivere: uscire dalla fila degli assassini e osservare i fatti”