Bicchiere mezzo vuoto, ma potrebbe piovere

Ci provava a vedere il bicchiere mezzo pieno, ma perfino l’acqua sembrava guardarlo dicendo “ma non vedi che sto sul fondo?”. Giovanni, 29 anni e un giorno: all’attivo 20 metri quadrati tra bagno e cucina open-space-open-bed pagati a stento. La sera al pub, la mattina qualche lezione in facoltà per quella laurea che si trascinava da anni e la sua passione: il disegno. Bastava trovasse un pezzo di qualsiasi tipo di carta bianca e un qualsiasi oggetto capace di tracciarvi sopra un segno. Certe volte lo faceva persino con quelle pietre che macchiano di bianco la superficie scura. Tovaglioli, il retro degli scontrini, il bordo delle pagine di giornale, un biglietto da visita. Non importava dove, le sue dita tracciavano segni precisi e infiniti in spazi ristretti. Un po’ quello che faceva con la sua vita: pensare grandi cose chiuso in recinti minuscoli. E adesso che il tubo dell’acqua si era rotto per l’ennesima volta, allagando l’open pavimento e l’open tetto della signora di sotto (che già lo aveva guardato storto quando aveva salito le scale con il cavalletto e la busta piena di colori), gli sembrava di impazzire. La ragazza che continuava a vedere passare ogni mattina dalla finestra, trafelata e arruffata nei suoi sacchetti e borse piene di libri, non si degnava di alzare gli occhi dai san pietrini di Trastevere. Una volta aveva pure pensato di far accidentalmente cadere dal simil-balcone un lenzuolo, pur di fermarla.  Un’altra era sceso di corsa dalle scale e si era buttato in strada. Sapeva che alle 9.05 (9.03, quando era in anticipo), lei avrebbe girato l’angolo. Quella mattina aveva aperto gli occhi e escogitando il piano: scendere in strada, aprire il portone, e indirizzarsi veloce nella direzione da cui sarebbe venuta. Veloce almeno quanto lei, in modo che magari le spalle si urtassero nella foga e lui avesse modo di chiederle scusa e dare prova della sua esistenza. Strategia perfetta. Peccato che nella corsa lui stava camminando dalla parte opposta della strada rispetto a lei, e quando la ragazza l’aveva imboccata lui era diventato niente più di un’ombra di cui si avverte la presenza con la coda dell’occhio. Niente da fare, e l’ipotesi di ripetere il tentativo era scemata del tutto quando si era accorto di averla oltrepassata ed essersi trovato in ciabatte in mezzo alla strada. <Aò, ma ndo cazzo vai Giovà, me pari n’ tedesco co sti carzini e le ciavatte>, gli aveva urlato il pizzicagnolo della zona. A quel punto sperava solo che lei,  allontanandosi avvolta nei suoi vestiti colorati, non lo avesse sentito. Ma adesso era un altro giorno, e quel tubo continuava a straripare odiose gocce a ripetizione. Al pub tentavano di ridurgli gli orari per non pagare troppo, e quegli esami sembravano insuperabili. Che poi quella facoltà gli aveva sempre fatto schifo. Ma come poteva deludere sua madre. Da quando papà se n’era andato,  era lui la sua unica fonte di gioia e dolore (spesso il secondo, a detta sua). Ed economia, sembrava essere la scelta che avrebbe creato meno crisi isteriche possibili. <Allora, come andiamo con questi esami?> <Bene ma’, bene… me ne mancano pochi> <Sì, ma pochi quanti? > <Pochi ma’, ti dico pochi… Poi adesso ho pure beccato uno a cui piaccioni i miei carboncini…> <Sì, vabbè, ancora con sta storia dei disegni? Figlio mi’, di Leonardo da Vinci uno ce ne stava…. pensa a studiare, che quelli, gli economisti, o economi come si dice, quelli stanno sempre in tv… vedrai che poi ti chiamano anche a te e diventi famoso…vedi che finisci al maurizio costanzo show…> <Sì ma’, tranquilla, finisco presto… ciao ciao ma’, saluta rufus…> TUUU…TUUU. Stessa conversazione ogni sabato mattina,  ed erano passati 4 anni. E’ che quando metteva la testa sul libro con la matita per sottolineare, alla fine quella matita cominciava a muoversi in ogni modo, tranne che in linea retta. Creava delle cornici così arzigogolate alle pagine, che tante volte era impossibile poi rimetterci gli occhi senza fissarle, dimenticando tutto il resto. La micro, la macro… <ma chi se ne frega>… Le dita nere, l’odore di acquaragia nel bicchiere dei pennelli. Quello amava, e quello voleva.

<Giovà, e basta co sti’ ghirigori… la vogliamo ripete’ sì o no sta paggina de ste quattro stronzate? > Giorgio, amico a cui aveva servito più birre che a tutto il quartiere, lo guardava steso sul letto, con la sigaretta accesa. <Ah, ma poi la regazzina l’hai acchiappata sì o no?> Giovanni lo guardò solo un secondo, alzando appena gli occhi, continuando a tracciare linee con la penna. <Ma dai, quale ragazza…Lo sai come sono fatto. Una volta c’ho provato, ed ho pure fatto una figura di merda>. <Uff, sei proprio un cacasotto Giovà. Questa ti passa ogni giorno sotto casa da mesi, e tu non riesci nemmeno a farle vedè che esisti, che respiri>. <Facile per te… ma che ne sai. Io poi sto incasinato, ma che le racconto? Che mi arrabbato tra qualche quadro venduto e due esami l’anno, bocciati, e un pub con un negriero che pur di non darmi le mance a fine serata si fa il giro dei tavoli? Ma dai…> <Vabbè, nnamo bbene… ma che je frega a quella che cazzo fai, ndo cazzo vai, magari è sposata, te dice male e te manna pure a quel paese… ma si nun ce provi continuierai a fa’ “silvia rimembro ancor…”> <Rimembri Giorgio, rimembri….> <De che?> <Niente, lascia perdere….> Scocciato si alzò e andò alla finestra. Pioveva a dirotto. Guardo attraverso la gocce fitte, e ad un tratto il cuore gli salì in gola. Gettò un occhio all’orologio sulla parete: le 17. Che cosa ci faceva lei là sotto? Ferma, in punta dei piedi che cercava di ripararsi dall’acqua scrosciante. Si era messa la borsa di tela con i libri sotto la giacca, per non farli bagnare. Alzò gli occhi, e lo vide fissarla. <Hei, mica ce l’hai un ombrello??> urlò lei guardando in sù. Non credeva alle sue orecchie. <Sì…ehm, ce l’ho qui.. arrivo!. arrivo!> si allontanò dalla finestra e poi si riaffaccio veloce <Aspetta eh!>. <Ma che stai a dì Giovà?> <Zitto Giorgio, zitto. Anzi, fai una cosa. Facciamo che ti eclissi con i tuoi libri, ok?> <Eh?! Ma che te sei ammattito?> <Ti ho detto vai Giò, ti chiamo, ti faccio sapere…insomma ora non posso, scendo ma risalgo… insomma Ciao!> Disse afferrando veloce l’ombrellino scassato che aveva all’ingresso. Si precipitò giù e rimase sul portone un secondo: era dall’altra parte della strada, bella come sempre, con la sua gonna di cotone ormai inzuppata. Si diresse verso di lei. <Certo che potresti anche aprirlo l’ombrello…> Lui sorrise: <Hai ragione, ma era per solidarietà>. Questa volta sorrise lei. <Ok, facciamo così. Visto che sono mesi che io non alzo gli occhi da terra per arrossire, e tu ti ostini a rimanere impalato alla finestra, adesso apri quell’ombrello e mi offri una bella tazza di tè, oltre che riparare i miei libri dall’acqua. Se li danneggio il mio capo potrebbe uccidermi>. <Non potrei avere un altro disoccupato sulla coscienza oltre a me – disse lui aprendo l’ombrello – a proposito, che fai?> <Lavoro in un laboratorio artistico, anche se pagano una miseria e mi sfruttano per fare ricerche su antiche miniature…ma in realtà dovrei studiare…è una storia lunga, adesso ti racconto…>.

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