Stazione

Irene non era in vena di confidenze. Se ne stava lì, chiusa nel suo silenzio, con la fronte aggrottata e gli occhi che guardavano a mezz’aria il vuoto. Non aveva voglia di parlare, di star lì ad usare quelle parole che gestiva bene, ma che avrebbe voluto riservare a pochi, e invece si erano spesso sprecate per molti. Voleva solo guardare la gente, decidendo se soffermarsi nella divertente arte dell’osservazione o seguire con lo sguardo distratta chi capitava, per il puro piacere di dare un’occhiata intorno. Quella madre con sua figlia sembrava scappare da qualcosa. E quell’anziano con il cappello e la giacca a quadri continuava a gettare fastidiosamente le bucce dei lupini per terra, con le mani impiastricciate dell’acquetta che lasciano i semi. Vedeva la pioggia scrosciare dalle finestre enormi della sala d’aspetto. Le gocce d’acqua sembravano scivolare nella  crepa rimasta immobile negli anni, a  ricordare i morti del 2 agosto 1980. Lesse qualche nome, strizzando gli occhi per vedere meglio. “Angela Fresu, 3 “. “Maria Fresu, 24”. Chissà se erano madre e figlia, come quelle che aveva davanti e che sembravano fuggire da qualcosa. “Kaid Mader, 8”. <Un bambino, non era che un bambino>, pensò. Poi la voce dall’alto parlante chiamò un treno. Sì, era il suo. Ci pensò, nemmeno troppo. Sentì la voce ripetere la chiamata in inglese, ma le sue gambe rimasero sulla sedia di quella sala d’aspetto. Alzò la testa. Di fronte a lei, ai piedi della fila di panchine, i residui delle bucce di lupini sparse per terra. L’anziano non c’era più; se n’era andato mentre la mente di lei ripercorreva la tragedia di quella calda estate. La voce metallica smise di pronunciare il nome del treno, tradotto in una serie di numeri messi in fila. Respirò chiudendo gli occhi e butto fuori l’aria, fino a farla uscire tutta dai polmoni, fino all’ultima particella. Non le interessava chi la stesse aspettando alla fine di quei binari, in una stazione coperta di nuvole. Voleva solo guardare la gente, decidere se e come fissare gli occhi su un particolare. Le squillò il telefono: qualcuno voleva sapere se fosse partita. Lo lasciò suonare, con le gente che si girava verso di lei e qualcuno che frugava nelle tasche per capire se fosse o meno il proprio cellulare a chiedere udienza. Lei rimase lì, a vedere il mondo passarle intorno, le persone che si alzavano e sedevano più o meno rapidamente. Una borsa vecchia che aveva girato il mondo, un cappotto troppo stretto, gli occhiali  non indossati che tenevano fermo il ciuffo di capelli sulla testa. Provò a pensare a quelle 10.25 del 1980. “Kaid Mader,8”: chissà se era come quel bambino che guardava intorno spaesato, come a cercare qualcuno, lì fermo con le scarpe inzuppate sulla soglia dell’ingresso di quella sala d’aspetto.

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