Accalappia cani ci sarai tu!
Quando si dice “accalappiacani” a me viene in mente il furgoncino dei cartoni animati (da Walt Disney alla Warner Bros) da cui esce sempre un ceffo con una rete enorme in cerca di povere bestie da rinchiudere da qualche parte. Da adesso l’Accalappiacani sarà anche un insieme di persone che con la loro immensa rete (e con facce da non-ceffi) cercheranno di afferrare idee da includere nel “settemestrale di letteratura comparata al nulla” (e già il fatto di non comparare qualcosa a qualcos’altro mi sembra un notevole passo avanti). La parola “cane” sta per “visione abbassata sulle cose”. <L’ottica del cane> come la definisce Paolo Nori. Liberarsi dalle zavorre di secoli di letteratura fatta di parole pompose e di versi aulici che portano in alto, sulle vette del <super partes a tutti i costi>. Questo non per rinnegare o sminure la tradizione letteraria italiana e non, ma per evitare, quando si scrive, di farlo come si volesse <dimostrare di essere stati bravi a scuola>. <Io per primo – ammette Nori, con il sorriso che si fa spazio nel pizzetto – mi sono accorto che quando scrivevo ci tenevo a far capire che ero laureato, che avevo studiato>. E come dargli torto. Chi non cerca di buttare sugli scritti, tipo manciata di prezzemolo finale su una ricetta di cui non si conosce bene il sapore, qualche parola un po’ più ricercata. Giusto per darsi un tono, per far vedere che “oh, guarda che questo lo so cosa vuol dire, mica sono sceso con la piena”. Ecco, da qui parte l’approccio della rivista. Approccio frutto di un lungo lavoro (ignoro il settore specifico, ma apprendo che Nori e compagnia hanno un vasto seguito di lettori amanti di questo linguaggio che fa del “parlato” il suo punto di forza) e della raccolta di molti autori impegnati nel superamento della scrittura classica. Avanguardia? Forse, anche se c’è chi dice che non sia che un corso e ricorso storico (ma forse sono gli invidiosi, come insegna “Lezioni di invidia”, letto da Nori che ne rinnega la paternità).