E di nuovo cambio casa, di nuovo cambiano le cose

Non sono ancora riuscita a capire che effetto mi facciano i trasferimenti. Il primo della mia vita, da Modena a Firenze, è stato drammatico. Non avevo nemmeno sei anni, e il distacco dalla felice via Edison di Modena (dove c’era il mio asilo), fu duro. Mi rivedo nella mia camera fiorentina con il carillon acceso e il cuscino rosa ricamato da mamma sotto il mento, a raccogliere le lacrime. Avevo paura di tutto, il centro mi sembrava invaso da quella gente che nella mia testa di bambina era “strana”; e il bagno di casa, stretto e lungo, sembrava un tunnel di insidie. Le tapparelle dovevano essere sempre chiuse, che non passasse un filo di luce e men che meno un eventuale ladro.
Poi è passata.
Dopo 17 anni, Cagliari. Sì, è vero, è stato poco più di un mese. Ma all’inizio l’idea era “parti, chissà quando torni”. Anche in quel caso è stata dura. Macchina colma al porto di Civitavecchia. In lacrime dalla nave a salutare mamma, tra le mani la lettera della mia cara Sore (Anna per gli altri). Un’isola difficile, amara, piena di dubbi e pensieri. Come a mio solito ho cercato di mettere radici passando per i bar della zona di redazione, anche se il calore era quello che era. E a me il calore piace, non c’è niente da fare. La salute mi ha riportato a Firenze.
Poi è passata.
Febbraio 2008, Roma. Il sogno, l’immensità di respiri a pieni polmoni e architetture da libro di scuola. La C-a-p-i-t-a-l-e-. E hai detto niente. Inizio in grande entusiasmo, una volta passate le turbolenze da fregatura per la prima casa. Lavoro tum-tum-tum, girandola frenetica di impegni, spirale vorticosa di idee e pezzifreddipreparatilasciatilì’chepoiliusiamo. Torni una volta a Firenze e già ti fa strano. Ce ne torni due, e porca miseria quanto mi manca. Indecisioni e ansie, progetti indefiniti.
Passerà?

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