Andavo a cento all’ora, mi son fermata

Questa mattina a Roma c’era il sole. Volevo mettermi la maglia nera, ma ho deciso di ravvivare con il verde. Tonalità diverse affiancate al marrone. Gonna, stivali e occhialoni a nascondere le perplessità di questi giorni. Certe ombre il sole non è riuscito a farle fuori.  Tutto non si può avere, d’altronde. A Roma quando è caldo è caldo sul serio. E’ stato sufficiente un maglioncino e una giacchetta primaverile a far comparire il rossore sulle gote mentre salivo in metro (oddio,  il mio rossore non che ci voglia un grande impegno a farlo uscire…), in questo pre-Pasqua anticipato (e gli italiani con le tasche vuote e bla bla bla).  Ho cercato una sede Cobas per un quarto d’ora: il mio proverbiale anticipo qui a Roma è una qualità sprecata: conferenza ore 11? Sono le 11.30. Ore 12? No problem, facciamo 12.15. E vabbè. Insomma questa sede Cobas era nascosta al terzo piano di una palazzo, senza insegna, senza campanello. Ho girato e ho chiesto, e mi sono sentita un po’ scema a ricapitare due volte davanti alla faccia dell’edicolante all’angolo di Viale Manzoni: <Mi scusi, sono sempre io… E’ che lì sulla sinistra a 5 metri, dove mi ha detto lei, c’è solo un centro europeo giovanile…>. Ho scorto l’espressione “te l’avevo detto” da sotto gli occhiali con le lenti a goccia marroncine: <Eh, infatti sta là…>. <Ok, allora provo ad entrare….>.  Sono entrata. Davanti al palazzo c’era un gruppone di ragazzi, tra i quali il ragazzino dei Cesaroni (al quale pochi minuti prima avevo chiesto informazioni) nascosto sotto un cappellino verde militare. Sono entrata e finalmente, scavalcando l’operaio  che traccheggiava al secondo piano e rispondendo all’ “Hi!” di una ragazza con un fagottino che sballonzolava sul suo petto scendendo le scale, sono arrivata al portone. Driiiiiin. Apre un ragazzo, capelli rossicci e maglietta con scritto “Stalingrad” (e relativa stella rossa), tanto per entrare nell’atmosfera. Aspetto, scrivo, conosco due colleghi, una di E Polis, mi fa strano ancora. Come quando vedo “il Firenze” e non so cosa c’è in pagina. Rimetto gli occhialoni e riprendo la metro. Inchiodata con l’auto sulla Tiburtina per appena 4.5 km verso la redazione. Adesso è sera, ho la notte, e aspetto domani, per fuggire nel silenzio, tra le facce amiche e respirare odore di vecchie novità.

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