Se il treno all’incontrario va
Avrà avuto la mia età, forse un paio d’anni in più. Occhi chiari dalla forma aggressiva, labbra sottili, frangiona rosso castana. Jeans e maglia aderente color carta da zucchero con pizzetti vari ed eventuali sul decoltè. All’altezza delle scapole si intravedevano le spalline del reggiseno, in pizzo grigio. Scarpette nere di vernice. Parte la prima chiamata dal cellulare ultra piatto Motorola, che si protrae con non curanza anche mentre il controllore donna le fa notare che il uso biglietto non è stato obliterato. Ribatte di averlo fatto, e continua a raccontare alla sua amica quanto si sia divertita la sera precedente. Ha bevuto, s’è ‘mbriacata, e tanto spassata. La stessa cosa la ripete al suo secondo intelocutore, con cui si mette d’accordo per la serata. L’accento è aretino, ma ho come l’impressione che non sia di Arezzo città. <Che c’entra, se uno vuole vedersi si vede… anche io ero stanca morta ieri, ma sono uscita – racconta urlando – Ieri tizio è arrivato e Caia gli ha detto “ciao amore”, quindi lui non le ha più parlato tutta la sera… Ok, ciao ciao Tatina (mimma, etc…. ) a dopo>. “Bene – ho pensato – dopo aver raccontato i fatti suoi e quelli del’intera compagnia a tutto il vagone, avrà finito, e io potrò riprendere in mano Mc Brath e il suo “Trauma”>. Non ho smesso di leggere giornali e libri in realtà, ma il suo tono di voce continuava a distogliermi. Accanto a me un ragazzo faceva andare “Gianna, gianna, gianna” nel suo Ipod, continuando a guardare fuori dal finestrino. Sulla sinistra avevo un altro call center, ma molto più discreto ed educato. La tipa riprende in mano il suo fascicolo con relativa cartellina rosa, impugna la matita, e legge, visibilmente distratta dai suoi pensieri di serate e incastri di incontri. Dopo poco, l’ennesima chiamata. Questa volta la sua prepotenza si fa concreta. All’altro capo del telefono la sua amica le comunica che non scenderà in Toscana, ma resterà a Milano. In compagnia sono tutte coppie, e lei quella sera si sarebbe sentita a disagio. Partono gli insulti, mentre a tratti una risatina isterica smorza i toni grevi della conversazione. Le mani continuamente alla bocca, si mangia le unghie nervosamente: “Ma che str*****e dici? Ma sei proprio idiota! – dice in modo acceso – Sarebbe la stessa situazione di Capodanno, no?!? E poi che c***o vuol dire? Credi che si comportino in quella maniera? Tiza e Caio no, Pinca e Pallino nemmeno, io e Paolo neppure. Mi fai proprio incazzare quando dici queste cose idiote. Va bene, brava, stai chiusa in casa che è meglio”. Dopo 15 minuti di questo tenore, o forse di più, la stronza dall’altro capo della linea è ridiventata “mimma, cicci, tata” o non so che, e lo sportellino del telefono si è richiuso.
Non so se le fosse morta la batteria o seccata la lingua, ma dopo il rogo immaginario in piazza a cui ha sottoposto la sua cara amica, la frangiona urlante ha smesso di parlare. Almeno fino a Rifredi, poi sono scesa.