Next stop

Tutto è più grande, a Roma. Persino i sedili degli autobus hanno dimensioni maggiori rispetto a quelli a cui sono abituata. Non tutti, ma i primi, quelli in prossimità del conducente, sono posti a “una piazza e mezzo”. E poi avrà pure i suoi tempi, ma io Roma l’ho vista correre. In metro, all’uscita dai vagoni. Quando tutti fuggono verso i tornelli, per andare a sbattere le gambe su quei manganelli rotanti e individuare la giusta freccia da seguire.  Si perché è facile dire “scendi a Bologna”. Come se quella fermata della metro avesse solo un’uscita. Per carità, scegliere la destra o la sinistra non che cambi necessariamente la vita, ma si deve capire bene in quale direzione si vuole andare, in ogni caso. Insomma, tutta quella gente prima compressa nel treno e poi ammassata verso le vie di fuga, è qualcosa di impressionante. E io che mi stufo del 23 all’ora di punta, quando tutti gli utenti Afaf si chiedono come mai non l’abbiano raddoppiato  (il bus serpentone, per intendersi), come hanno fatto con il numero 8.  Sulle scale mobili se vuoi stare tranquillo tieni la destra, in modo che chi vuole zompare subito fuori dal tunnel sorpassa sulla sinistra, sui gradini. Ho notato anche  qualche sguardo di sdegno da parte di quelli che fanno le scale normali tipo allenamento sportivo e si lasciano dietro i pigri del rullo.  Però la vita dei vagoni è piena di spunti interessanti, per quel poco che ho potuto vedere. Almeno quando non sei appiccicato ad un altro essere umano con una mano alla borsa e l’altra alla tasca con il cellulare.  Seduta  sul sedile  (questa volta grandezza standard), con due sacche appoggiate sulle gambe, stordita dagli spostamenti lunghi e concitati, mi sono guardata intorno. Ho visto una coppia che giocava a non conoscersi, dopo essersi sussurrata qualcosa all’orecchio. E un ragazzo in giacca che guardava il vuoto con la sua ventiquattr’ore appoggiata sulle gambe. Ma quello su cui più mi sono soffermata, era un originale tipo seduto davanti a me. Leggeva un giornale, Metro, credo. Ma io avevo gli occhi puntati sui suoi riccioli. Tutti grigi, folti folti e morbidi. Meno di Caparezza, quasi come Renga, ma con la chioma più corta sui lati. Ogni volta che vedo dei ricci disegnati bene, mi viene voglia di infilarci le dita, di giocarci. Con qualche mia amica lo faccio, seguo con l’indice il movimento naturale a chiocciola di quella massa di trucioli.  Indossava un cappotto grigio vintage, da cui sbucavano i pantaloni neri.  Aveva un tic all’occhio destro, che strizzava a singhiozzo senza mai muovere lo sguardo dall’articolo. Chissà che leggeva. Di quello che si muoveva intorno, non si curava minimamente. Lineamenti non troppo aggressivi, anzi: naso dritto, labbra non troppo carnose. Non so perché, ma mi faceva simpatia. Dopo qualche fermata però , anche io ho dovuto distogliere lo sguardo , e preoccuparmi di non scendere alla fermata giusta. “Next stop Termini”.  Mi alzo, esco. Evito quelli che mi arrivano addosso per riuscire a prendere la metro che io ho appena lasciato. Chissà che effetto gli farò quell’uomo con i riccioli.

Mentre vivo, Racconti dalla Capitale