Samantha chiama, Diletta non risponde
Mea Culpa. Non mi sono fidata di una vocina elettronica che mi ha detto: ”Tra duecento metri, gi-ra-re a de-stra”. Sarà stato il tono freddo e presuntuoso di quella donna “so tutto io/ ci penso io”, sarà stato che non mi piace che la mia twingo (d’un nero cattivo) riceva ordini da qualcuno (salvo previa mia autorizzazione). Fatto sta che anche lei (che abbiamo battezzato sotto la pioggia di sabato Samanthhha) lo deve aver capito. Si è stizzita e ci ha fatto arrivare a Careggi mentre dovevo arrivare oltre le Caldine. Che poi io la strada per le Caldine la conosco. Ma ho girato troppo presto per la Faentina e mi sono un po’ agitata davanti al cartello tondo rosso con quella bella barra bianca che lo divide a metà, che sta a dire “scordati di passare di qui, fai un altro giro. Non so quale, e manco mi interessa”. Samantha non si zittiva. Continuava imperterrita a spiegarmi quale fosse il tragitto da percorrere. Valeria non era ancora abbastanza affezionata al suo tom tom (alla sua Samantha, sarebbe meglio dire), al punto di difenderla e prendere posizioni nette come sa fare. Lei mi guardava, e sentivo pure gli occhi di Samantha che mi scrutavo. La freccia verde continuava a ricollocare la nostra posizione sul display. Ma niente, non riuscivo ad affidarmi a quella scatoletta che riceveva ordini da lassù (come tutti noi del resto, avrei dovuto pensarci). Insomma, IO che mi faccio consigliare come girare lo sterzo da Samantha. Eh no. Insomma, fossi stata a Tokyo ne avremmo potuto parlare (pure a Roma), ma a Firenze proprio no. La tensione saliva, la cena in una lontana casa di collina doveva già essere pronta, e qualcuno ci stava dando per disperse. E lei, stoica parlava: “te-ner-si a -si-ni-stra”, “tra due-cen-to me-tri, vol-ta-re a de-stra”. Per tenere in vita Samantha era necessario lasciarla attaccata con uno spinotto all’accendi sigari, cosa che mi ha impedito con un veloce gesto della mano di scaraventarla fuori dal finestrino. Ma Valeria, che vista la durata del viaggio ormai si era affezionata alla sua creatura, avendo annusato il pericolo le ha abbassato il tono della voce. Ormai ero spacciata, sentivo che mi sarei arresa. Cercavo di parlare sopra Samantha, intuendone le mosse e precedendone le intuizioni, come a mostrare che fossero simultanee. Alla fine, ostentando il riconoscimento del percorso, ho imboccato la Faentina e ho fatto il serpentone tutto curve per Caldine. Imboccata una stradina in salita sono finita nel cortile di ghiaia di un tizio pensando che fosse la destinazione corretta. Per fortuna che i nostri commensali ci stavano venendo a recuperare, con previdenza. Alla fine lo so che sotto sotto ha vinto lei, Samantha.